Attenzione, Concentrazione, Meditazione-Parte II

Le distrazioni, vikshipta, che destabilizzano la mente e interrompono la meditazione subentrano poiché si frappongono oggetti di natura prakritica, fisici o psichici, che esercitano sul soggetto un polo di attrazione. Questi ultimi sono ben poca cosa rispetto al grande incommensurabile valore della presenza di Dio, ma in una mente offuscata da condizionamenti ed illusioni, fiochi ed insignificanti lumi possono apparire estremamente attraenti e importanti, così come in assenza del sole anche piccole lucciole possono apparire luminose e utili punti di riferimento. Dunque i vikshipta, le distrazioni, sono paragonabili a piccole lucciole, fioche fiammelline che in assenza di consapevolezza spirituale brillano di una luce che attrae e che non è propria, bensì riflessa.
Shri Krishna spiega infatti nella Bhagavad-gita X.41: “Sappi che tutto ciò che è bello, potente e glorioso scaturisce da una semplice scintilla del mio splendore”. Tutto ciò che è luminoso è dunque un riflesso del Purusha, della realtà spirituale, perché la prakriti in sé è cieca, opaca, priva di vita e di splendore. Quando si perde di vista la sorgente della Luce e si corre dietro, come persone senza senno, ad effimeri barlumi si perde l’orientamento e ci si ritrova nel labirinto del mondo, schiacciati da un desolante senso di vuoto, ci si sente dispersi, frammentati, insoddisfatti. Solo quando ci si dirige nuovamente verso la luce della coscienza del sé spirituale e di Dio, è possibile vedere veramente, fare esperienze costruttive ed evolutive, scoprire l’essenza oltre il velo delle apparenze.
Quando quella Luce divina diventa in noi sempre più potente, per una relazione inversamente proporzionale si perde gradualmente interesse per le forme illusorie della Natura, illusorie in quanto non durevoli, poiché il tempo inesorabilmente disgrega tutto ciò che ha massa. Così, quel che prima era apparso bello ed importante perderà quell’attrattività, poiché il soggetto ha maturato un livello superiore di coscienza che fa discernere la sostanza dall’essenza, l’effimero dall’eterno, la materia dallo spirito. Cristo spiegava che i tesori riposti in terra vengono rubati dai ladri e rosicati dai vermi, mentre quelli accumulati in cielo non vengono mai corrotti dal tempo. In un suo bellissimo sonetto Shakespeare spiega che il tempo “cava le zanne anche alla tigre e gli artigli al leone”, per far comprendere quanto la Natura sia completamente soggetta alla sua potenza distruttiva.
Il meditante avrà successo quando riuscirà ad attribuire valore assoluto alla realtà spirituale e alla manifestazione di Dio nella forma dei Suoi Nomi che, se invocati con fede e in spirito di devoto abbandono, consentono di sentire e sperimentare la presenza divina, fino a svilupparne la più alta consapevolezza.
Come abbiamo spiegato in esordio, la difficoltà a dirigere costantemente il flusso della coscienza verso l’oggetto della meditazione è un segno di debolezza, confusione e mancanza di energia psichica, causato da infiltrazioni di natura tamo-rajasica.
Nella letteratura puranica si racconta la storia di Brahma, il primo essere creato, e lo scenario che questi trova al momento della sua nascita: il mondo gli appare completamente buio, immerso nelle tenebre e lui, confuso, non riesce a capire dove si trova, che cosa c’e attorno a lui. Non sapendo cosa fare, completamente disorientato e alla ricerca di aiuto, si concentra sul cuore, sul proprio sé, e chiede a Dio cosa deve fare. A questo punto risuonano potenti due sillabe nell’universo: TA-PAH = Ascesi, sulle quali Brahma medita per mille anni dei deva finché non ha chiara la visione del suo compito e del senso di ciò che lo circonda; egli comprende che la sua opera è quella di creare gli esseri e i mondi materiali, e così subito genera deva e asura, uomini e animali, pianeti terrestri, inferiori e celesti.
Da questo affascinante racconto emerge chiaramente il messaggio secondo cui tapas, l’ascesi o rigorosa coerenza, accende la coscienza, mentre la mera gratificazione dei sensi o il godimento egoico la offuscano e la spengono. E’ la pratica di tapah che dà la potenza al faro dell’attenzione.
Senza spirito ascetico e rigorosa coerenza non può esservi capacità di attenzione e di concentrazione, per cui la coscienza diviene buia, ctonia, instabile, dispersiva, e così l’intera personalità del soggetto. Nella Bhagavad-gita Shri Krishna spiega che le ascesi possono essere compiute nella modalità sattvica, rajasica o tamasica e secondo la modalità con cui sono compiute portano a risultati differenti, in termini di valore e qualità evolutiva (cfr. Bhagavad-gita XVII.14-19). Il nostro maggior impegno dovrebbe dunque orientarsi su attività ascetiche svolte sotto il positivo influsso di sattva guna, in questo modo aumenta anche la nostra capacita di attenzione, concentrazione e meditazione.
L’attenzione è come un faro, un raggio laser che dove lo si punta permette di vedere e fa sì che la coscienza prenda atto di quella cosa.
Si è dunque coscienti solo di ciò su cui si appoggia la propria attenzione che illumina ed orienta laddove vi è il buio. Canakya Pandita, maestro e grande pedagogo vedico, spiega che “il saggio cammina sul sentiero illuminato della coscienza”, che per estensione significa conoscenza, sapienza, saggezza, laddove lo stolto si avventura nelle tenebre privo di saldo orientamento.
Dunque il livello di attenzione, applicato a pratiche e realtà spirituali, ci permette di salire lungo la scala evolutiva; quando c’è poca attenzione c’è poca comprensione e di conseguenza scarsa capacità di evoluzione, e in simili condizioni i talenti e le qualità superiori della persona non hanno modo di svilupparsi.
Per concludere, i processi di attenzione, concentrazione e meditazione sono basilari per svilupparci fino a diventare la migliore versione di noi stessi ed ascendere a piani di consapevolezza superiori. Quando questa ascesa diviene ininterrotta e senza motivazioni egoiche (ahaituky apratihata, Bhagavata Purana I.2.6), la felicità si moltiplica esponenzialmente, fino a non poter più essere contenuta in schemi e parametri umani. Più ci si libera dalle pesantezze tamo-rajasiche, più l’anima esprime se stessa fino alla piena soddisfazione, ed è questo stato di sublime arricchimento della coscienza che si ricerca con la meditazione e che solo con essa si può trovare.

Matsyavatara das

Fonte: http://www.matsyavatara.com/home/riflessioni/463-attenzione,-concentrazione,-meditazione-parte-ii.html

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