CHIEDILO AL PRESBITERO

crocifisso

Appena passata la Pasqua (rito di passaggio) e constatato che malgrado i tradizionali auspici, non è successo assolutamente nulla che abbia una pratica utilità per noi, ecco qui qualcosa di più reale, operativo e realmente utile, che riguarda il modo in cui ci viene comunicato da secoli questo appuntamento di culto.

Seguendo con facilità il filo del discorso di quanto esporremo, ognuno potrà rendersi conto della indiscutibile concretezza di argomenti e delle conseguenze enormi dell’accettarne il significato.

Il nocciolo concettuale riguarda il tema del Branding, una disciplina ormai ben codificata, sviluppatasi negli ultimi decenni per applicazioni di pubblicità, comunicazione e marketing, ma che deriva da conoscenze sul funzionamento dei simboli che risalgono alla notte dei tempi, e che da tempo immemorabile appunto sono state usate al fine di ottenere precisi effetti.

Queste conoscenze, da quando la pubblicità è divenuta materia di interesse generale, di studio e dibattito non più solo per addetti ai lavori, ma anche per un pubblico più allargato di intellettuali e di fan della comunicazione, hanno decretato la loro fondamentale importanza nella nostra epoca e per il nostro modello di civiltà, dal momento che dalla loro applicazione corretta dipendono gli spostamenti di enormi flussi di denaro nei mercati, in seguito al gradimento sulla platea globale di di intere famiglie di prodotti/servizi, o addirittura di nuovi modelli culturali/comportamentali con tutte le conseguenze del caso.

Ed è proprio dal punto di vista di tali concetti che, lavorando sulla persuasione delle masse, rappresentano il motore stesso della odierna civiltà dei consumi e sono perciò stesso da considerarsi non solo fondati, ma ormai addirittura imprescindibili, abbiamo considerato il culto religioso che conta il maggior numero di fedeli al mondo, quello gestito dalla “chiesa cattolica apostolica romana.”

Dalla prospettiva del Brand Management, il simbolo di quel culto religioso è il seguente:

Crocifisso-Belvedere-Marittimo_opt

Questo simbolo, in varie dimensioni, materiali, varianti iconografiche e stili, lo troviamo in innumerevoli punti strategici del nostro paesaggio quotidiano, dal presbiterio delle chiese alle cime delle montagne, dalle pale d’altare di mezza storia dell’arte alle bancarelle di souvenir, dalle aule scolastiche e ambienti pubblici alle trasmissioni televisive, edizioni a stampa e internet.

Ebbene, se guardiamo questa immagine semplicemente per quello che appare agli occhi, ignorando la sovrastruttura culturale del racconto che ce la descrive, vediamo un uomo agonizzante che si contorce dal dolore per le ferite e il sangue a fiotti, inchiodato su uno strumento di tortura che porta alla morte senza scampo.

E questo è per l’appunto ciò che viene comunicato al nostro inconscio, quello che realmente perviene come messaggio. Questo è ciò che ontologicamente mostra e comunica il simbolo.

Addirittura nelle sue versioni più stilizzate, come per esempio quella che i presbiteri si appuntano sulla camicia o giacca da clergyman, viene rappresentato come simbolo religioso il solo strumento di tortura, la croce, senza neppure l’uomo crocifisso che ne subisce gli effetti. A sottolineare che la parte essenziale del simbolo, quella che in mancanza di tutti gli altri orpelli è deputata a rappresentare il concetto e l’istituzione, è lo strumento più ancora che l’uomo.

clergyman

Quindi lo ripetiamo, il simbolo/marchio del culto religioso più diffuso al mondo ha per simbolo un uomo torturato a morte o anche solo il singolo strumento con cui viene torturato.

Per inciso una morte vergognosamente violenta di un uomo condannato a furor di popolo perché, avendo avuto un vasto seguito popolare, aveva incitato a comportamenti non funzionali al sistema di quel tempo.

Vediamo ora cosa dice in sintesi la dottrina della chiesa di Roma:

Il momento più importante di tutta la storia di Cristo, della ritualità liturgica annuale che ne rievoca le gesta e dell’intero impianto teologico che le spiega e commenta ad uso dei fedeli è quello della Pasqua, nella quale l’uomo, figlio di dio, risorge tre giorni dopo essere stato ucciso brutalmente sulla croce.

Quel momento riassume in sé il senso di tutto il culto sin dai prodromi dell’antico testamento, costituisce l’obiettivo a cui ambire nell’imitatio christi che ogni fedele è tenuto a porre in atto, rappresenta anche in un ambito più laico e per un bacino più allargato di pubblico un potente attrattore concettuale che rimanda ad un più generalizzato rinnovamento della condizione umana, ad una vittoria sui suoi limiti, ad un progresso individuale con vaste conseguenze positive sulla collettività.

resurrezione

Ora, in moderni termini di Branding, il simbolo che rappresenta LA MARCA, è preposto a riassumere in sé tutto il valore e il risolutivo vantaggio che essa può offrire, quello stesso che ha determinato la creazione di quel prodotto/servizio e la nascita dell’azienda/istituzione che lo veicola.

Il simbolo DEVE EVITARE TASSATIVAMENTE – pena la caduta totale di senso e di efficacia – di rappresentare o rimandare al problema preesistente alla nascita della MARCA, che essa è nata appunto per risolvere.

Può eventualmente includere allusioni al problema preesistente qualora esso venga evidentemente messo in posizione secondaria, come di antefatto, alla rappresentazione della soluzione, posta in posizione evidentemente primaria.

Se assumiamo quindi che:

  1. Il problema preesistente è rappresentato dalla caducità della condizione umana, ossia alla sua mortalità.
  2. La soluzione a tale problema è offerta come atto d’amore incondizionato dal Cristo all’intera umanità, attraverso l’esempio della sua stessa vita, nella quale supera i limiti umani attraverso la risurrezione dopo la morte procuratagli dal potere che lo ha condannato, conseguendo così l’immortalità.
  3. La “chiesa cattolica apostolica romana” nasce DICHIARATAMENTE come istituzione di culto vòlta a rievocare, perpetuare nei secoli e diffondere in tutto l’universo tale esempio di Cristo come dottrina di crescita personale e spirituale con una tensione alla dimensione trascendente del Divino.

Ebbene, appare quanto meno singolare, strano ed inspiegabile che a supportare l’intero edificio concettuale, dogmatico, teologico, liturgico ed istituzionale della chiesa cattolica sia un simbolo che insiste manifestamente e con efferata violenza visiva non solo sulla mortalità umana, ma addirittura sulla morte procurata per mano umana al dio incarnatosi in un corpo umano, che durante la sua esistenza rende manifeste agli altri umani suoi simili proprio le peculiarità divine presenti nella condizione umana.

Se volessimo esemplificare in termini moderni di Brand Management, sarebbe come se una multinazionale odierna pretendesse di vendere il suo prodotto ad una platea globalizzata rappresentando nel logo/marchio che supporta tutta la sua immagine e la sua forza di persuasione proprio il problema che va a risolvere con la sua esistenza.

Ossia a dire se Coca Cola pretendesse di vendere miliardi di bottiglie insistendo nella comunicazione unicamente sul concetto della sete, usando come simbolo la silhouette di un uomo drammaticamente assetato, senza alcun accenno visivo alla immensa e risolutiva gioia del dissetarsi, magari allegramente in compagnia.

Non venderebbe una sola bottiglia e chiuderebbe i battenti all’istante, facendo crollare tutta la struttura.

coca-pepsi-comunicazione

Invece continua a sostenere e incrementare sia il business che la struttura usando un logomarchio che rimanda ad una calligrafia ricca di storia (la perpetuata conferma di valore) e una comunicazione che insiste sul mondo di allegria e contagiosa vitalità che l’uso di quel prodotto porta con sé come vantaggio.

Non solo quindi non si fa accenno al problema iniziale, la sete, ma non ci si sofferma neppure sulla sua soluzione materiale, il gesto del bere QUEL prodotto dissetandosi.

Si insiste invece quasi unicamente sull’aspetto emozionale rappresentato dal mondo di allegria e vitalità che il prodotto porta con sé. Ben oltre la soluzione del problema, quindi, sono gli effetti virtuosi dei vantaggi a cascata di tale soluzione che persuadono davvero e fidelizzano al prodotto/servizio.

Dicendo questo riveliamo nulla di nuovo, ma solo quella che è ormai una ovvietà acquisita dalla dottrina della comunicazione, che ripetiamo, non è oggi più patrimonio dei soli addetti ai lavori, ma anche di un pubblico di semplici appassionati, che aumenta di numero ogni giorno che passa.

Un pubblico che apprende come la dottrina del neuromarketing che oggi è alla base della comunicazione affonda le proprie radici nella biologia umana, ossia su come funziona la nostra macchina corpo/psiche.

Una dottrina che in realtà rispolvera in chiave contemporanea un patrimonio di conoscenze che sono state detenute sin dal lontano passato da coloro che tale funzionamento ben conoscevano, ossia i chierici dei diversi culti che si sono succeduti durante la storia dell’umanità nelle diverse aree geografiche di tutto il pianeta.

È infatti letteralmente imprescindibile la conoscenza della natura umana per chiunque abbia il ruolo di amministrare ad alto livello decisionale un qualsiasi culto religioso.

Ecco che nasce quindi spontanea la domanda da fare ad ogni presbitero, sulla scorta di quanto detto finora.

Chi volesse può appuntarsi il testo letterale che indichiamo qui di seguito, ed eventualmente farci partecipi delle risposte avute.

“Per quale motivo la chiesa di Roma che glorifica come punto più alto della parabola del Cristo l’evento pasquale della sua resurrezione, non ha adottato la rappresentazione di quel momento, teologicamente fondamentale, come simbolo della propria dottrina e del proprio corpo istituzionale, a significare la vittoria della vita sulla morte, preferendo invece il momento precedente in cui il Cristo figlio di dio muore in croce per mano di uomini?”

Tanto sappiamo che, dal più derelitto dei curati di campagna fino al pontefice, vi sarebbero due principali possibilità: che l’interrogato ignori la risposta perché non se l’è mai chiesto egli stesso, o se non la ignora essa vi venga data in modo o fumoso o sfuggente o pretestuoso o irridente.

Nel caso la facciate ad un chierico gesuita potreste chiedere in aggiunta cosa ci fanno nel simbolo della Compagnia di Gesù i tre chiodi con i quali lo inchiodarono alla croce, i due per le braccia e quello per trapassare i due piedi.

Chi ha inchiodato quindi a suo tempo Gesù Cristo?

E chi ha preso in carico l’eredità degli inchiodatori?

Già perché i simboli, che parlano “in linguaggio macchina” direttamente alla nostra centrale operativa nel subcosciente, possono avere unicamente un valore assertivo, o il simbolo non funziona. Non si potrà cioè dire che si inserisce qualcosa nel simbolo per manifestare da quel qualcosa distanza o negazione.

Ripetiamo: tutto ciò che è presente in un simbolo asserisce invariabilmente il messaggio visivo a cui rimanda.

E alla fine domandate a voi stessi come sia possibile che NONOSTANTE una incongruenza così totale del suo simbolo con gli obiettivi ufficiali dell’istituzione ecclesiastica, a distanza di oltre due millenni dalla presunta epoca della vicenda di Cristo, la struttura sia ancora in piedi, e ne concluderete che non solo il simbolo funziona, ma funziona anche meglio di quelli di altre multinazionali globali, solo non attraverso il processo di senso dichiarato, ma attraverso un altro.

E questo non perché siamo noi a dirlo, ma perché sono i simboli stessi a farlo, basta leggerli per quello che sono, è tutto sempre sotto i nostri occhi.

Se c’è infatti una cosa che un simbolo non può fare, mai in nessun caso, è mentire.

Ma forse tutto ciò che abbiamo qui detto sono cervellotici accademismi…

Va tutto bene, non c’è motivo di preoccuparsi.

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Fonte: http://www.iconicon.it/blog/2016/03/chiedilo-al-presbitero-2/

simbolo_gesuita

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