Il giudizio, il pregiudizio e le questioni dello Spirito

Il pregiudizio è velenoso. Velenoso, sì. Perché ci intossica. Perché fa una cosa che per noi è dannosissima: crea una specifica realtà, ancor prima di poterne scegliere una. Crediamo che chiunque ci si avvicini per chiederci qualcosa sia un malintenzionato? Bene. Allora, nella nostra mente, chiunque si avvicinerà a noi lo sarà. E lo tratteremo come tale, con sospetto, con diffidenza. Saremo sul chi va là, pronti a reagire a un possibile attacco o a sventare una probabile truffa.

Il prefisso pre- la dice lunga, e la dice lunga anche il sostantivo giudizio. Né l’uno, né l’altro ci fanno bene. Il pre-, anticipa ogni nostra azione, ogni nostro intervento di valutazione. Il pre- anticipa ogni possibile intervento della nostra mente (per quanto scomoda e d’ingombro possa essere per la nostra crescita spirituale, questa volta ci avrebbe fatto comodo…) e ci fa saltare subito alle conclusioni, senza permetterci di valutare; il giudizio categorizza, appiccica un’etichetta sulle spalle di qualcuno, o di qualcosa, e così lo crocifigge in un ruolo, o con delle qualità, dei quali non si potrà mai più liberare. E che forse neanche gli appartengono. Applicare un pre-giudizio è un po’ come mescolare due superalcolici: ubriachezza immediata, e delle peggiori. Ubriachezza, e dunque stordimento, perdita di consapevolezza, perdita del proprio centro.

C’è molta differenza tra l’ubriachezza e l’effetto del pregiudizio?

No, non ce n’è.


Il problema è il giudizio

Ma del suo essere dannoso, il pre-giudizio deve ringraziare quasi del tutto il giudizio, non tanto il pre-. È nella nostra abilità, e spesso nel nostro piacere, di dare giudizi che risiede il grosso del problema. Il pre- non fa che peggiorare, e di non molto, una situazione già drammatica.

Quando giudichiamo, cosa facciamo? Dentro di noi, e spesso anche fuori, diciamo: “Lui – o lei – è così”, “Le cose stanno così”, “È una cosa terribile!”, “Lui è proprio uno stronzo”, e così via. Ancor peggio quando si passa alle categorie: “I ragazzi d’oggi sono tutti drogati”, “I preti sono tutti pedofili”, “I poliziotti sono tutti fascisti”.

Amen. Nessuna possibilità di riscatto. Né per i ragazzi, né per i preti, né tanto mento per i poliziotti. Il nostro giudizio li ha categorizzati, incellofanati ed etichettati. Pronti per la conservazione, vita natural durante.

Quando diamo un giudizio scegliamo una specifica realtà (ad esempio, tutti i ragazzi sono drogati) e tagliamo fuori tutte le altre possibili realtà che potrebbero emergere dall’infinito campo di possibilità da cui la realtà che osserviamo emerge. Facendo una scelta specifica di questo tipo, tagliamo fuori dai giochi tutti gli infiniti gradi di libertà attraverso i quali la realtà che osserviamo potrebbe muoversi. Facendo una scelta specifica, ci imprigioniamo.

Ma, il nostro Sé Superiore può espandersi se ci costringiamo in una prigione? Possiamo crescere spiritualmente, espandere la nostra visione da dentro una prigione? Possiamo trasformarci, e quindi aprirci al nuovo, se attraverso il giudizio scegliamo sempre il vecchio?

Ma c’è di più. Nel momento in cui, giudicando, tagliamo il mondo in due e ci schieriamo da una parte sola delle polarità. Come possiamo allora in questo modo concepire la meraviglia dell’Unità? Come possiamo integrare in un unico principio il giorno e la notte, la luce e le tenebre, il buono e il cattivo, il maschile e il femminile, se continuiamo a considerarli due cose separate, finché continuiamo a ritenerli due opposti e non due aspetti complementari dello stesso principio?


Le cose sono e basta

Giudicando, dividiamo il mondo. Ma il nostro obiettivo non deve essere la separazione, bensì l’unione. Perché se ciò che stiamo cercando è la crescita dello Spirito, non dimentichiamo che lo Spirito stesso, tutta la Materia e quant’altro esiste, origina da un unico Principio Creatore, dall’Unità. Per questo motivo, per tornare a casa dobbiamo imparare a unire.

Come si fa allora a unire?

Per unire, o quantomeno per non separare, dobbiamo imparare a sospendere il giudizio. La sospensione del giudizio, o epochè, consiste nel ritirarsi dal dare il proprio assenso o dissenso, dall’appiccicare un’etichetta. Le cose, o le persone, di per sé non sono né belle né brutte, né buone né cattive. Le cose sono e basta. Diventano in un modo o nell’altro, le spostiamo verso l’una o l’altra polarità, nel momento in cui ci interagiamo, perché la mente ha bisogno di classificare, di ordinare. Perché analizzare ogni volta la stessa cosa, o la stessa persona, o persone simili (i ragazzi, i preti o i poliziotti), per capire cosa ci si può aspettare da loro e se sia il caso di relazionarcisi in un modo piuttosto che in un altro, beh… sarebbe una gran fatica!

Allora il giudizio taglia corto, ci elimina la fatica di un’analisi approfondita ripetuta, appiccicando un’etichetta, allo stesso modo in cui un barattolo di marmellata con la sua etichetta ci rivela il contenuto senza doverlo aprire ed assaggiare.

Ma noi non dobbiamo tagliare corto. Per le questioni dello Spirito non è possibile. Non possiamo concederci il lusso di prendere scorciatoie di pensiero, perché la mente è truffaldina e ci porta dove vuole lei, che spesso non è dove dobbiamo andare.

Sospendiamo il giudizio. Impariamo dai bambini. Impariamo ad ascoltare i bambini, perché anche l’uomo più saggio ha molto da imparare da loro. E impariamo a comportarci come bambini. Impariamo a far tacere completamente la nostra interiorità quando ascoltiamo qualcuno parlare, e ascoltiamolo e basta. Mettiamo a tacere ogni sentimento di approvazione o di disapprovazione.

Quando riusciremo ad ascoltare i discorsi degli altri con totale imparzialità, facendo completa astrazione dalla nostra persona, dalle nostre opinioni e dal nostro tipico modo di sentire, allora attraverso le parole dell’altro udiremo la voce della nostra Anima.

Fonte: http://infinitemandala.com/blog/12-crescita-personale/195-le-cose-sono-e-basta

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